Tempo fa scrissi un articolo riguardante la prevenzione degli infortuni nella verticale. Potremmo dire che quello che andrete a leggere altro non è che il prequel di quell’articolo, come la seconda trilogia di Star Wars lo è nei confronti della trilogia originale. Andremo infatti a cercare di capire da dove derivino i dolori che spesso si avvertono ai polsi durante la pratica della verticale, in modo da avere una comprensione migliore di cosa fare e del perchè farlo.

Quanti di voi, quando siete saliti le prime volte (e magari tutt’ora) in verticale, hanno provato un dolore molto intenso al polso? Credo molti. È una cosa molto comune, che deriva da una mancata comprensione del perché ci fanno male, questi dannati polsi.

Mi capita piuttosto spesso di vedere ragazzi/e che, sotto lo sguardo di un amico che già si diletta con l’apprendimento della verticale, scendono dalla verticale appena provata tenendosi un polso nell’altra mano ed esclamando: “figo! Però mi fan malissimo i polsi…”
Definiamo in maniera precisa questo dolore; solitamente è un dolore che compare a livello del polso, nella zona dorsale. È un dolore forte e trafittivo, che si irradia leggermente sul dorso della mano e che rende la mano indolenzita per qualche secondo.

Beh, la risposta che sentirete spesso dare è: “è normale, succedeva anche a me! Vedrai che passa con il tempo”. Ebbene, dietro a questa affermazione apparentemente facilona vi è un fondo di verità! Il problema sta nel definirne il perché.

COSA FA MALE?

Capire cosa fa male (e cosa non fa male) è il primo passo per capire come evitarlo.
Partiamo dal definire cosa non fa male: né la cartilagine (in quanto de-nervata) né i nervi (in quanto darebbero pattern dolorifici diversi) sono coinvolti in questo dolore.
Le strutture che vengono stirate (o compresse, a seconda della zona in cui le consideriamo) sono invece tendini, legamenti e capsule articolari.

PERCHÈ FA MALE?

Il motivo per cui in verticale si può sentire questo tipo di dolore è in realtà molto semplice: le strutture poste sotto stress non sono adatte a reggere quel carico.

Pensateci: quando siete in piedi, di norma non avete male alle caviglie. Questo perché le caviglie sono “progettate” per reggere quel carico, cosa per il quale il polso non è teoricamente adatto! Tessuti molli che hanno sempre ricevuto un carico quasi pari a zero devono invece tutto a un tratto trovarsi a reggere il vostro intero peso, e questo sovrastiramento (o questa iperpressione) porta i recettori del dolore a sparare informazioni di pericolo. Non a caso, questo dolore viene spesso riferito da novizi; questi ultimi non solo probabilmente sbagliano tecnicamente (mandando in eccessiva estensione il polso) ma, in quanto nuovi a questo esercizio, non hanno le strutture molli pronte a ricevere il loro peso.

I TESSUTI POSSONO ADATTARSI?

Perdonate la domanda dall’ovvia risposta, però mi serve per far passare il prossimo concetto.
La risposta è che sì, i tessuti in questione possono adattarsi, anche perché se così non fosse andando al circo non troveremmo dei verticalisti.
Le tibie dei lottatori di Muay thai si adattano agli urti, le dita dei chitarristi si adattano alla pressione delle corde, le caviglie dei parkouristi si adattano alle cadute e potrei continuare all’infinito. Tutti i suddetti soggetti che si ritrovano a non provare più il dolore che percepivano all’inizio della loro pratica sono passati inevitabilmente attraverso una variabile dalla quale non possiamo assolutamente prescindere: il tempo.

COME FACCIO A NON FARMI MALE?

Siamo infine arrivati alla fine di questo articolo, con la risposta alla domanda cruciale: come non farsi male.
Per prima cosa, dobbiamo rispettare la variabile citata poc’anzi, ovvero il tempo. Non possiamo pretendere che tessuti che non sono adatti di default a subire quei carichi partano automaticamente adattati. Occorre capire che potrebbe volerci tempo, nell’arco di qualche mese.
Sicuramente una delle strategie che dobbiamo adottare sarà la somministrazione progressiva del carico, e per graduare quest’ultimo lo dovremo scaricare contro un’altra superficie di appoggio, ad esempio un muro. Quindi potremo partire con una verticale a 90°, per poi staccare una gamba e infine iniziare la “scalata” verso la verticale al muro.

Pike Handstand
Esempio di Verticale a 90°, con i piedi su un supporto

Un altro aspetto sul quale dobbiamo lavorare è la mobilità, nella fattispecie aumentare l’estensione del polso e la flessione di spalle. Perché anche le spalle? Perché delle spalle che non riescono ad arrivare a 180° di apertura costringono il corpo a posizionarle esattamente sopra le nocche per mantenere l’equilibrio, il che implica una iperestensione del polso stesso.

Handstand polso
Come si può vedere confrontando le due verticali, nella prima il polso è sensibilmente più in estensione che nella seconda, a causa dell’assetto che assume il resto del corpo

Vi sconsiglio fortemente l’uso di fasce o polsini. Limitando il movimento non fanno altro che creare maggiore compressione, in quanto il polso è costretto ad andare in estensione in verticale, e alterare l’assetto che il corpo dovrebbe ricercare.

Spero di aver risposto in maniera sufficientemente esaustiva ad un topic che viene spesso liquidato con troppa facilità, ma i cui meccanismi non sono in realtà così ovvi.
Buon allenamento!

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